L’Italia pesa ancora in Libia

Abbiamo di nuovo un piede in Libia. E funziona ancora. La liberazione avvenuta ieri dei tre funzionari e dell’interprete della Corte penale internazionale trattenuti in cella in Libia dal 7 giugno scorso è anche merito del lavoro e dei contatti del governo italiano – come non mancano di far notare dalla Farnesina con un comunicato del ministro Giulio Terzi. L’ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Buccino, ha seguito tutte le fasi della storia e i quattro faranno ritorno in Europa grazie a un volo speciale con aeroporto d’arrivo Roma, messo a disposizione dall’Italia su richiesta della Corte.
3 LUG 12
Ultimo aggiornamento: 18:04 | 3 AGO 20
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Abbiamo di nuovo un piede in Libia. E funziona ancora. La liberazione avvenuta ieri dei tre funzionari e dell’interprete della Corte penale internazionale trattenuti in cella in Libia dal 7 giugno scorso è anche merito del lavoro e dei contatti del governo italiano – come non mancano di far notare dalla Farnesina con un comunicato del ministro Giulio Terzi. L’ambasciatore a Tripoli, Giuseppe Buccino, ha seguito tutte le fasi della storia e i quattro faranno ritorno in Europa grazie a un volo speciale con aeroporto d’arrivo Roma, messo a disposizione dall’Italia su richiesta della Corte.
E’ una buona notizia. Lo stretto rapporto che c’era prima tra i due paesi e che aveva la forma di un duetto personale e umorale con il colonnello Gheddafi non si è esaurito con la fine tragica del rais. E’ proseguito sotto traccia, in silenzio, a fari spenti. La diplomazia (anche quella commerciale dell’Eni, da decenni stabilmente e strategicamente presente nell’ex colonia italiana) ha lavorato per riallacciare legami che sembravano interrotti. La situazione in Libia rimane però incerta e delicata: le elezioni per l’Assemblea costituente, inizialmente previste per il 19 giugno, sono state rinviate al 7 luglio, ufficialmente per “problemi dovuti alle lungaggini burocratiche nella presentazione delle liste”. In realtà, la violenza continua a dominare incontrastata in un paese ancora preda del caos, con continui scontri tra clan e fazioni rivali. Lo scorso 4 giugno, bande rivali pesantemente armate occupavano l’aeroporto internazionale di Tripoli, che veniva liberato solo dopo molte ore di intensi combattimenti con le forze del Consiglio nazionale di transizione. Pochi giorni dopo, a Bengasi, una bomba colpiva gli uffici dell’ambasciatore americano e un veicolo del consolato britannico. C’è poi il problema delle armi, che i miliziani già anti gheddafiani si rifiutano di consegnare, disillusi dalle promesse mancate da parte delle nuove autorità libiche. Le frontiere, già non invalicabili nell’era del Colonnello, si sono liquefatte, e nelle ultime settimane la polizia egiziana ha sequestrato due veicoli diretti in Libia che trasportavano 150 missili e 25 lanciarazzi. In questo contesto caotico l’Italia, per la storia e per i rapporti da sempre coltivati con Tripoli, può giocare un ruolo determinante, prima che questi problemi diventino anche nostri.